Racine, Wisconsin, 27 marzo 1973
Tina Marie Davidson aveva quindici anni, capelli castani lunghi e lisci, un fisico minuto e uno sguardo che chi la conosceva descriveva come indipendente, quasi ribelle.
Sarebbe diventata sedicenne pochi giorni dopo la sua morte, il 1° aprile 1973, ma non ci arrivò mai.
Viveva al 2810 di 20th Street, a Racine, cittadina industriale sulla sponda occidentale del lago Michigan, a metà strada tra Milwaukee e il confine con l’Illinois, insieme alla madre, Kathleen Davidson, e alla sorella maggiore, Bonnie Jacobs, allora ventitreenne.
Il padre se n’era andato di casa alcuni anni prima. e la madre dichiarò alla polizia di aver saputo per l’ultima volta, indirettamente, che viveva nell’area di Washington D.C.
Fino a poco tempo prima Tina frequentava la Washington Park High School, ma alla fine del 1972 un numero crescente di assenze ingiustificate aveva portato al coinvolgimento del tribunale minorile: fu trasferita alla Horizon School (chiamata in alcune fonti d’epoca semplicemente “The Academy”), un istituto per studenti con difficoltà disciplinari nel distretto scolastico unificato di Racine.
Un provvedimento che, raccontano chi la conobbe in quel periodo, non fece che accentuare il suo bisogno di autonomia dal controllo di scuola e famiglia.
Non risulta avesse un fidanzato stabile, aveva invece un’abitudine molto comune tra i ragazzi dell’epoca, e che la polizia considerava rischiosa: faceva l’autostop per spostarsi in città, “era il suo mezzo di trasporto”, dichiarò il coroner della contea agli inquirenti.
Ne parlo in questo articolo: Anni ’70, pollici alzati e corpi scomparsi: il lato oscuro dell’autostop
L’ultima sera
Lunedì 26 marzo 1973, verso le 19:30-20:30, Tina esce di casa. dice alla madre, Kathleen Davidson, che la borsa di tela blu che porta con sé contiene vestiti da restituire a un’amica.
Poco prima, un ragazzo era passato a trovarla, arrivato in bicicletta, sebbene possedesse anche un’auto, e se n’era andato poco dopo; subito dopo la sua visita, Tina era tornata in camera ed era uscita con quella borsa.
Verso le 21:00 lascia la casa di un’amica in Quincy Avenue, secondo una ricostruzione più recente, condivisa dalla comunità di ricerca online, quella sera Tina avrebbe fatto tappa in due abitazioni diverse sulla stessa via: prima quella riportata dai giornali dell’epoca, poi un’altra poco più avanti, lasciata la quale avrebbe detto di essere diretta a casa.
Le fonti non concordano del tutto su questo punto: un articolo del 2005 riporta invece che, lasciando la casa su Quincy Avenue, Tina disse a tre amici di voler fare l‘autostop verso ovest lungo Washington Avenue.
Non è mai stato chiarito, in nessuna delle fonti disponibili, se il borsone di vestiti che portava con sé sia stato effettivamente consegnato all’amica a cui era destinato, o se lo avesse ancora con sé nelle ore successive: il suo destino resta ignoto quanto quello degli altri effetti personali di Tina.
Circa mezz’ora dopo, alle 21:30, un testimone la nota in una gelateria all’incrocio tra Durand Avenue e Mason Street, è in compagnia di un uomo, non un coetaneo, ma un adulto tra i 35 e i 40 anni, alto circa 1,73-1,75 m, corporatura robusta (77-81 kg), capelli rossicci ruvidi, occhi verdi, viso arrossato con rughe d’espressione e basette lunghe o baffi.
L’uomo guida un’auto color bronzo o oro, ed è l’ultimo avvistamento certo di Tina viva.
Nei giorni successivi la polizia raccoglie anche un’altra segnalazione: un’auto blu, con a bordo due giovani bianchi, vista allontanarsi dalla zona del lungolago poco prima del ritrovamento del corpo, ma, nessuna delle due piste, l’uomo dai capelli rossi né i due ragazzi sull’auto blu, verrà mai confermata con certezza.
La madre di Tina non si allarma quella notte, la figlia dormiva spesso a casa di amiche, e per questo , un dettaglio che dice molto sul contesto sociale dell’epoca, nessuno sporge una denuncia di scomparsa nelle ore successive.
Kathleen Davidson scoprirà la morte della figlia solo il pomeriggio del giorno dopo, circa quindici ore più tardi, quando coroner e polizia busseranno alla sua porta.
Il ritrovamento
Martedì mattina, 27 marzo, verso le 10:00, una donna di 44 anni che passeggia col figlio lungo la riva rocciosa a sud della spiaggia della 17ª Strada trova il corpo, è nudo, appoggiato contro una recinzione metallica a rete (una “cyclone fence“) accanto a un sentiero pedonale isolato.
Gli indumenti, la giacca di pelle consumata, il maglione scuro, la camicetta bianca, i pantaloni a zampa marroni, gli scarponi da lavoro, non ci sono più, e della borsa di tela blu con cui Tina era uscita di casa non c’è più traccia neppure lei, ma, come detto, non è chiaro se l’avesse ancora con sé quella sera o se l’avesse già lasciata a qualcuno prima di essere uccisa.
Degli indumenti, in ogni caso, non verrà mai ritrovato nulla, così come dell’arma del delitto.
Il coroner della contea di Racine, David Cunningham, stabilisce che la causa della morte è un’emorragia massiva provocata da una coltellata al cuore, Tina è stata colpita 61 volte tra collo e torace, e prima delle coltellate, un colpo contundente alla testa l’aveva probabilmente già resa incosciente, lo si deduce da un’emorragia rilevata in uno degli occhi.
Il terreno roccioso, unito alle intemperie di fine marzo, impedisce di isolare impronte utili; tutto lascia pensare che il corpo sia stato trascinato fino al punto in cui è stato trovato.
Dettagli più recenti, emersi dal lavoro di ricerca di alcuni familiari e appassionati del caso, permettono di affinare il quadro clinico, le ferite non erano tutte ugualmente profonde, circa dieci si trovavano sulla schiena e le altre andavano dal collo fino a poco sotto il seno, concentrate soprattutto sul torace, comprese ferite superficiali sul seno stesso.
Il corpo presentava inoltre lividi su viso, mani, ginocchia e glutei, compatibili con il trascinamento.
La polizia, a differenza di quanto si racconta talvolta, conserva ancora oggi almeno due capi di abbigliamento di Tina, il maglione e la camicetta.
Il profilo del killer
Sessantuno coltellate sono, nel linguaggio della criminologia, un caso da manuale di overkill: un’esplosione di rabbia che va ben oltre quanto necessario a uccidere, spesso legata a un rifiuto sessuale o relazionale subito dall’aggressore.
La nudità del corpo e la sparizione totale degli indumenti suggeriscono un bisogno di umiliazione e controllo totale sulla vittima, e aprono l’ipotesi che gli abiti siano stati trattenuti come trofeo.
Al tempo stesso, la scelta del luogo, un tratto di lungolago isolato e buio, difficile da conoscere per chi non fosse del posto, indica una conoscenza approfondita della geografia locale, e quindi, con ogni probabilità, un assassino residente in città.
Il profilo che ne emerge è contraddittorio, e per questo particolarmente inquietante: disorganizzato nella furia dell’attacco, ma abbastanza lucido, dopo, da ripulire la scena e far sparire ogni prova per oltre cinquant’anni.
Le piste investigative
Le indagini iniziali si concentrarono sulla cerchia della Horizon School, vennero interrogati i compagni più inclini all’aggressività e quelli che possedevano un’auto e offrivano passaggi, ma molti presentarono alibi solidi; le perquisizioni nei veicoli non produssero tracce di sangue.
Gli inquirenti si scontrarono con un muro di reticenza diffuso tra quei ragazzi, poco inclini a collaborare con la polizia.
Negli anni si è tentato di collegare il caso ad altri delitti della regione, e il più citato è quello di Mary Ellen Kaldenberg, diciassettenne trovata morta assiderata a Kenosha nel febbraio 1967, in un carro funebre abbandonato, con dodici coltellate, un modus operandi diverso ma un contesto geografico e temporale vicino.
Più tardi si è indagato anche su un possibile collegamento con Dennis Brantner, condannato nel 1990 per l’omicidio a freddo di Berit Beck e attivo lavorativamente vicino a Kenosha: la pista è però caduta, perché nel 1973 Brantner aveva solo tredici anni.
Non un caso isolato
Un articolo del Milwaukee Sentinel del 28 marzo 1973, il giorno successivo al ritrovamento, elencava una sequenza impressionante di omicidi irrisolti di giovani donne nel sud-est del Wisconsin e a Madison tra la metà degli anni Sessanta e il 1972: Diane June Olkwitz (19 anni, quasi 100 coltellate sul luogo di lavoro a Menomonee Falls, novembre 1966), Mary Ellen Kaldenberg (17 anni, corpo assiderato ritrovato in un carro funebre abbandonato a Kenosha, febbraio 1967, dodici coltellate), Cheryl Ann Packard e Sharon Malone (22 e 25 anni, uccise insieme in un campo a New Berlin nell’aprile 1967, 31 coltellate in totale), Christine Rothschild (18 anni, matricola alla University of Wisconsin-Madison, accoltellata 17 volte e strangolata nel maggio 1968), Stephanie Casberg (17 anni, corpo smembrato ritrovato nella contea di Racine nel luglio 1969), Donna Willing (9 anni, strangolata e violentata a Milwaukee nel febbraio 1970) e Teri Lee Erdmann (15 anni, circa 50 coltellate, Milwaukee, giugno 1971).
Lo stesso articolo, però, riporta anche due casi già risolti all’epoca, utili per contrasto, l’omicidio di Susan Lyn Kleist (accoltellata almeno 39 volte nel giugno 1972), per cui era già stato incriminato un uomo di Milwaukee, Richard L. Greenier, e quello della piccola Rose Mary Ahnen, sette anni, trovata strangolata con dello spago in un congelatore abbandonato vicino a Union Grove il 4 marzo 1973, pochi giorni prima dell’omicidio Davidson, per cui era stato arrestato un uomo di Caledonia, Jack Douglas Baily, poi effettivamente condannato (il fratello della vittima ha in seguito raccontato di aver incontrato Baily in carcere in un percorso di giustizia riparativa, senza mai ottenere un’ammissione di colpa).
Questi due casi non risultano quindi collegati a quello di Tina.
Un’ulteriore ricerca amatoriale, condotta da appassionati del caso su forum come Websleuths, ha aggiunto all’elenco un nome più datato e non presente nella cronaca del 1973, Patricia Ann Oley, trentenne divorziata con due figli, il cui sangue fu ritrovato sulla spiaggia nord di Racine nel maggio 1965, corpo poi rinvenuto in un fossato erboso vicino a Caledonia, a poche centinaia di metri dai luoghi frequentati da Tina otto anni dopo.
Sempre in ambito amatoriale, un commentatore ha proposto una possibile pista alternativa mai verificata dagli inquirenti: un collegamento tra il caso Davidson e un uomo già ritenuto responsabile dell’omicidio Erdmann, che lavorava come autista di consegne nella zona, un’ipotesi suggestiva ma priva, ad oggi, di qualunque riscontro investigativo.
Nessuno di questi delitti irrisolti è mai stato collegato in modo formale a quello di Tina Davidson. Ma la loro concentrazione geografica e temporale alimentò, allora come oggi, l’ipotesi, mai confermata, che nella regione fosse attivo uno o più predatori seriali di giovani donne e autostoppiste.
Il collegamento con Helen Sebastian
Dieci anni dopo l’omicidio Davidson, nel febbraio-marzo 1983, una donna di 51-52 anni, Helen Sebastian, esce di casa dopo aver messo un arrosto in forno, non farà più ritorno.
Circa un mese dopo, parti del suo corpo iniziano a essere ritrovate in diversi punti di Racine, tra cui un braccio, una mano e una gamba scoperti da un ragazzino di dieci anni nel giardino di una casa abbandonata, e organi interni in una borsa di carta lungo la ferrovia.
La casa di Helen Sebastian distava circa 1,5 miglia da quella di Tina Davidson; la spiaggia dove fu trovato il corpo di Tina è a soli sette isolati da casa Sebastian, una vicinanza che ha spinto diversi ricercatori amatoriali a ipotizzare, senza alcuna conferma investigativa ufficiale, un possibile collegamento tra i due casi.
Anche l’omicidio Sebastian resta oggi irrisolto, ed è stato oggetto di un episodio del podcast Crime Junkie, che ha ricostruito piste che portavano a uomini vicini alla vittima, voci di attività settarie legate al panico satanico dell’epoca, e appunto la coincidenza geografica con il caso Davidson.
Una voce fuori dal coro: il racconto di un occultista
Tra il materiale che circola online sul caso, spicca la testimonianza di un uomo che pubblica con lo pseudonimo di Frater Barrabbas, mago rituale ed ex membro dell’Ordine del Tempio d’Oriente (OTO), oggi fondatore di un proprio ordine gnostico.
Nel suo racconto, pubblicato su un blog dedicato all’occultismo, descrive un brevissimo incontro reale con Tina poco prima della sua morte: la ragazza, sconosciuta fino ad allora, gli si sarebbe avvicinata insieme a un gruppo di amiche dicendogli “devo andare, ma dobbiamo parlare”.
Non ci fu mai un secondo incontro.
Il resto del racconto si sposta però su un piano dichiaratamente soggettivo e paranormale: l’autore descrive incubi ricorrenti in cui rivive l’omicidio dal punto di vista della vittima, e un periodo in cui si sarebbe sentito “posseduto” dallo spirito di Tina.
È un testo che va trattato per quello che è, una testimonianza personale in chiave esoterica, utile eventualmente come colore locale o come esempio di quanto profondamente il delitto abbia segnato la memoria collettiva di Racine, ma privo di qualunque valore probatorio o investigativo.
Il prezzo della ribellione
L’omicidio segnò la fine di un’illusione di sicurezza per Racine: le famiglie iniziarono a imporre coprifuoco più rigidi ai figli adolescenti, ma la comunità non fu unanime nel suo cordoglio.
Una parte dell’opinione pubblica tese a colpevolizzare lo stile di vita ribelle di Tina e la sua abitudine di fare l’autostop, più che a concentrarsi sulla ricerca del colpevole, uno schema che si ripete, purtroppo, in molti casi di vittime giovani e non conformi alle aspettative sociali del tempo.
Kathleen Davidson, la madre, morì anni dopo senza mai avere una risposta.
Cinquant’anni dopo
Il caso non è mai stato archiviato, il Dipartimento di Polizia di Racine lo include tuttora nell’elenco dei cold case attivi.
Negli ultimi anni, complice anche il lavoro di ricerca indipendente condotto da familiari e appassionati, su tutti Lisa Ardner, che amministra il gruppo Facebook “The Murder of Tina Davidson”, sono emersi alcuni sviluppi: i detective del cold case hanno ripreso in mano il fascicolo, effettuando nuovi interrogatori (incluso quello di un giovane, identificato solo come “Cloy”, che la madre di Tina aveva indicato come presente in casa quel pomeriggio) e sottoponendo il DNA di Tina a confronto con quello di alcuni sospettati.
In occasione del 53° anniversario, nel 2026, Ardner ha reso pubblici alcuni di questi dettagli, esprimendo la speranza, condivisa da tutti coloro che seguono il caso da anni, che sia finalmente l’anno buono.
(Vale la pena segnalare, per chi scrive di questo caso, che una vecchia versione archiviata del sito del Dipartimento di Polizia di Racine riportava erroneamente che Tina fosse rimasta “scomparsa per dieci giorni” prima del ritrovamento: un refuso probabilmente derivato da un errore di trascrizione, dato che tutte le fonti di stampa coeve concordano su un intervallo di appena una notte, dalla sera del 26 alla mattina del 27 marzo.)
Un podcast dedicato, Searching for Closure, continua a raccogliere testimonianze e a tenere viva l’attenzione, insieme a quella su altri cold case di Racine, come l’omicidio della piccola Rose Marie Ahnen.
L’ultima, vera speranza per identificare l’assassino di Tina Davidson resta oggi quella affidata alle moderne tecniche di genealogia forense, la stessa scienza che negli ultimi anni ha permesso di riaprire e risolvere decine di cold case americani rimasti fermi per decenni, a partire da tracce biologiche troppo esigue per le tecnologie del loro tempo, ma sufficienti per quelle di oggi.


